Sole e sangue

Sole e sangue

Grape Creek, in mezzo al nulla texano. Quattro case, un saloon, uno spaccio che vende di tutto, il maniscalco. La mainstreet si srotola davanti a me, una lingua di terra che è polvere d’estate e fango d’inverno. E in fondo alla strada lui, che mi urla metti mano alla pistola, se non sei un codardo. Mezzogiorno è passato da un pezzo, e quel bastardo si è posizionato nel migliore dei modi. Ho i raggi del sole negli occhi, un bel limite che si aggiunge alla mia giovane età e all’inesperienza con le Smith&Wesson. Come ero finito lì, a difendere la mia vita? Al solito, come tutti i maschi di questa terra. Per una donna. Mezz’ora fa entra nel saloon questo sgherro vestito di nero e acciaio, l’ambiente ammutolisce e il mio vicino mi fa quello ha già fatto fuori un paio di sceriffi. Gli dico beh tanto noi lo sceriffo non ce l’abbiamo mai avuto, ma poi mette gli occhi su Jane. Già, la mia Jane. Stiamo assieme da un anno, e stiamo risparmiando qualche dollaro per costruire un piccolo ranch. Vorremmo cominciare con poco, e poi magari allargarci, se tutto andrà bene.
Ormai sono cotto a puntino, lei lascerà il saloon dove canta e serve ai tavoli e sarà solo mia. Insomma, lui le si avvicina e comincia a toccarle il braccio, ma lei si ritrae. Il padrone del saloon gli fa Jack lascia stare la ragazza, è promessa. Lui gli risponde che non gliene frega nulla e che si sarebbe preso quello che voleva, e cinge Jane per la vita dicendole vieni qui bella pollastrella.
Sparo un paio di colpi in aria, tanto per far capire che non sarei rimasto lì a guardare, e lui si gira verso di me e dice bene, vedo che c’è qualcuno a cui non va come mi comporto. Ride mostrando i suoi denti marci e mi fa un giorno senza sangue è come un giorno senza sole, esci fuori e combatti da uomo, se davvero lo sei.
Ed eccoci qui. Il mio futuro contro questo imbecille. In strada, nessuno. Le finestre del paese chiuse sprangate, ma so che tutti sono lì dietro, ad aspettare.
Spalla contro spalla, venti passi e poi si spara. Uno, due tre, quattro… penso al nostro primo ballo, a quando ti ho stretto e tu mi hai baciato… dieci, undici, dodici…e al pezzo di terra dove sogno la nostracasa, e i nostri figli che razzolano davanti alla porta… diciotto, diciannove, venti.
Mi giro, un’esplosione.
E la voce di mio fratello che mi prende in giro dopo aver fatto scoppiare un palloncino: scemo, ti sei addormentato al sole! Anche con la pistola ad acqua sul petto, ma chi ti credi di essere, John Wayne? Io mi guardo attorno, mi tocco le gambe, il petto, la pancia. Sono ancora vivo. E di Jack non c’è l’ombra.

Racconto di Gianluca Fiore, illustrazione di Benedetta Fiore 

Il racconto del giorno feriale (dagli autori della nostra scuola di scrittura SCRIVERE IL CORTO)


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