UNA ROSA NEL MEDIOEVO (PARTE 2°)

UNA ROSA NEL MEDIOEVO (PARTE 2°)

di Anna Rosa Confalonieri

ROGHI, RISOTTO E DOLCETTI: LA GIOEUBIA E RA PUSCENA DI DONN

(La Festa della Giobia e il Dopocena delle donne)

In tutta Europa esistono feste e riti propiziatori che segnano il passaggio dalla stagione invernale, fredda e buia, a quella primaverile, legata ad un sentimento di rinascita. Nel periodo di ozio forzato che tiene gli uomini lontani dai loro abituali lavori nelle campagne, nell’immaginario contadino si mescolano speranze per un ritorno alla vita con timori verso possibili influssi negativi legati agli astri e alle streghe, portatrici di sciagure, che devono essere annientati. Così da tempo memorabile anche in molte zone della Lombardia, ma soprattutto nel Varesotto, ancora oggi, l’ultimo giovedì di gennaio viene bruciata la Gioeubia (o Giubiana), la vecchia, la strega, per esorcizzarne i malefici.

L’origine di questa festa non è del tutto chiara: molti la fanno risalire alle tradizioni celtiche o druidiche (V-III sec. a.C.), quando si bruciavano fantocci per propiziarsi il favore degli dei in battaglia o per ottenere un buon raccolto, altri ancora la legano ai primi sacerdoti cristiani che gettavano sui falò i simboli pagani.

Qualunque sia il suo significato, la Gioeubia si festeggia ovunque di giovedì, perché il nome deriva da Giove, divinità dei fulmini e delle tempeste, ma anche della prosperità e con il potere di fertilizzare i campi. Acceso il falò, un pupazzo con fattezze femminili, costruito con stoppie di granoturco e paglia, veniva bruciato tra canti e balli. Se le fiamme salivano diritte verso il cielo, la stagione futura sarebbe stata felice e propizia. Ma chi era Giubiana nelle tradizioni medievali che ci sono giunte?

I racconti e le leggende mescolano antichi riti e superstizioni a tradizioni culinarie. Ai bambini si raccontava che Giubiana era una vecchia strega, magra dalle lunghe gambe e le calze rosse che viveva nella penombra dei boschi perché temeva i raggi del sole e, ogni anno, l’ultimo giovedì di gennaio, rapiva un bambino e lo mangiava. Finché una donna, per salvare suo figlio, decise di tenderle una trappola. Preparò un pentolone di risotto allo zafferano con la luganega, e lo mise sul davanzale della finestra. La Giubiana, attratta dal profumo, uscì dal bosco, cominciò a mangiare e quando ebbe finito il sole era ormai sorto; fu polverizzata dalla luce e tutti i bambini furono salvi. Da allora, a fine gennaio, si prepara il risotto con la luganega, simbolo di abbondanza e fecondità, e si brucia il fantoccio con le sembianze della vecchia strega.

Ma non mancano anche riferimenti a fatti storici, come nella tradizione canturina. A Cantù, la medievale Canturio, a essere simbolicamente immolata su una pira di legno, è una giovane bellissima che secondo la tradizione rappresenta una castellana che tradì la città nella guerra tra Milanesi e Comaschi combattuta tra il 1118 e il 1127[1]. Cantù, alleata di Milano contro la città lariana, subì una dura sconfitta nel 1124, ma la guerra fu infine vinta dai Milanesi che conquistarono Como decretando anche la condanna al rogo della giovane. Un’altra versione farebbe risalire il fatto tra il XIV e il XV secolo, periodo di lunghe e sanguinose rivalità tra i Grassi, signori di Cantù, e i Visconti, signori di Milano. A questi ultimi, con uno stratagemma, la fanciulla avrebbe consegnato le chiavi della città, aiutandoli a prendere il potere.

Infine una tradizione più recente, ma non troppo, avvicina la festa della Gioeubia ad una sorta di Festa della donna: è ’Ra Puscéna di donn. Secondo una leggenda, l’ultimo giovedì di gennaio la strega rapiva le fanciulle in età da marito per spiegare loro i segreti delle donne, “quelli che gli uomini non dovevano sapere”, e prepararle al matrimonio. Analogamente le donne di ogni età presero a riunirsi e cenare in una cascina allegramente con le amiche, senza gli uomini, che erano ammessi solo puscéna (dal latino post cenam, dopo cena) e portavano in dono alle amate un dolce di pasta frolla a forma di cuore: ul cör. Un riconoscimento offerto alle donne per il lavoro svolto a favore della famiglia e alla loro capacità di sostituire gli uomini in tutte le attività agricole, durante i mesi in cui i loro mariti lavoravano a salario, lontani da casa, dopo la sosta di pieno inverno. Per questo in alcune zone prendeva il nome di Festa degli addii.


[1] Dal Liber historiarum Mediolanensis urbis di Landolfo Iuniore e Chonica di Milano dell’Anonimo Milanese.

Per altri particolari si veda il poema epico Liber Cumanus, sive de bello Mediolanensium adversus Comenses del chierico comasco chiamato Poeta Cumano (o Anonimo Cumano) che contemporaneo ai fatti e probabile testimone oculare.

Risotto con la luganega (tipica salsiccia lombarda)

Ingredienti per 4 porzioni

  • Riso Carnaroli: 320 g
  • Luganega: 150 g
  • Burro: 30 g
  • Scalogno: 30g
  • Grana padano (grattugiato): 80g
  • Vino bianco secco: 1 bicchiere
  • Brodo vegetale: 1,5 l
  • Sale: q.b.
  • 1 rametto di timo

Preparazione

Togliere la luganega dal budello e farla soffriggere con un battuto di scalogno e burro; a dissoluzione delle parti grasse, aggiungere il riso e bagnare con il vino bianco; lasciare evaporare ed aggiungere il brodo gradualmente, rimestare e continuare la cottura per 15 minuti; servire cospargendo con il grana grattugiato.

Varianti  
Il risotto con la luganega si ottiene anche preparando un classico risotto allo zafferano a cui, a fine cottura, si aggiungono pezzetti di luganega cotta a parte nel burro con brodo e vino bianco. 

Anna Rosa Confalonieri, nata a Milano nel 1967, varesina d’adozione, tiene corsi di narrativa, storia e storia dell’arte negli istituti di recupero anni. Affascinata dal Medioevo, ama legare fatti di storia generale con curiosità e aneddoti di storia locale, scavando nei documenti e nelle tradizioni ancora vive.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *